Arriva il “Normcore”

Nel 2019 l’estremo non piace più e la normalità va sempre più di moda, anche nel mondo della comunicazione aziendale e nello stile del brand.

Nel 2019 l’estremo non piace più e la normalità va sempre più di moda, anche nel mondo della comunicazione aziendale e nello stile del brand.
Alcuni esempi? Le campagne pubblicitarie con personaggi celebri perfezionati dalla computergrafica che sembrano non subire mai l’azione del tempo. I reality show con persone comuni sostituite da “Vip” o cittadini disposti ad esibirsi in maniera sempre più degradante in cambio di notorietà. O ancora, modelli in passerella sempre più gracili ed emaciati, vestiti con abiti “gender-fluid” per confondere appositamente lo spettatore.

Nasce il “Normcore”

Se quindi è da anni in voga la massima “più strano è, più attenzione e fama si generano”, non è tuttavia sfuggito agli esperti un fenomeno preoccupante: il pubblico si sta desensibilizzando sempre più rapidamente. Per stupire è pertanto necessario fornire stimoli sempre più estremi.

Sarà forse per questo che negli ultimi anni cominciano ad essere evidenti i primi segnali di una rivoluzione in atto, con consulenti di branding che suggeriscono ai propri clienti approcci che vanno in direzione opposta, celebrando la normalità. Viene così coniato il termine “Normcore”, fusione dei termini “Normal” e “Hardcore”: un nuovo fenomeno sempre più in voga che celebra la possibilità di proporsi come si è, senza troppe pretese.

Il “Normcore” e le aziende

Un fenomeno quello della “normalizzazione dei trend” da tenere sotto osservazione e che sicuramente sta già avendo un impatto anche nel mondo della comunicazione, con aziende che non solo abbracciano il Normcore ma lo promuovono attivamente, utilizzandolo come strumento di marketing. Pantene ha ad esempio lanciato la campagna #stophairshaming, coinvolgendo tutti i clienti che utilizzandone i prodotti vogliono valorizzare le proprie caratteristiche e non assomigliare a irraggiungibili icone del cinema e della tv. Imprese che lavorano nel contesto dell’intimo come Aerie lanciano campagne social (#AerieReal) in cui impiegano modelle e modelli non professionisti, oppure con problematiche (come persone affette da vitiligine o sindrome di Down). H&M con la campagna “She’s A Lady” spinge le proprie clienti ad abbracciare la vita con maggiore coraggio senza cadere in stereotipi. Catene di hotel come Hilton con la campagna “Go out” si battono invece per l’accettazione dei gruppi minoritari, non dimenticando di utilizzarne immagini e foto scattate live da pubblicare sui propri social network.

Non mancano infine movimenti dal basso, nati grazie al coinvolgimento delle aziende nel “Normcore”. Nascono così campagne come #lessismore di Raw Beauty per convincere il mondo dei media ad utilizzare meno filtri e Photoshop, o strumenti digitali come quelli forniti da Dove con la campagna “Speak Beatiful” attraverso i quali valutare l’impatto delle proprie parole sui social media, agevolando la creazione di un mondo più educato ed empatico, dove tutti possono sentirsi a proprio agio.

Se quindi la sensazione che si stia alzando una ventata di aria fresca lascia tutti piacevolmente soddisfatti, un dubbio rimane: se la normalità sta diventando così tanto di moda, quanto durerà davvero questa (piacevole) tendenza prima di essere nuovamente soppiantata da un trend differente?

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