Coronavirus: i topic sui social

Da ‘virus cinese’ a ‘è solo un’influenza’, da ‘andate ai musei’ a ‘io resto a casa’ vediamo come i social ci accompagnano nella definizione, quotidiana, del tema, con tentativi (anche) di buona informazione.

In Italia abbiamo incominciato a parlarne (e scriverne) intorno al 20 gennaio scorso: lo chiamavamo “virus cinese”. I social, che sono come noto il salotto delle conversazioni, in un’escalation che ha sviluppato prima noncuranza “è solo un’influenza”, poi i primi timori “non uscite dalle zone rosse”,  e poi ancora appelli alla responsabilità di ognuno “restate a casa” e attivazione delle “macchine di solidarietà” (raccolta fondi da parte di provati cittadini a favore degli ospedali e spese alimentari portate agli anziani).

In mezzo, disinformazione e fake news ma, al contempo, anche tanti tentativi di buona informazione.

Sui social, sì, e nell’intera rete.

Perché tutto il mondo digitale ha un ruolo fondamentale in questo momento. 

Per esempio, se digitate “coronavirus” su google.it, sopra ai risultati di ricerca compare una banda di colore rosso che ricorda che si tratta di un argomento “sensibile”. Subito sotto ci sono i link a fonti considerate autorevoli: il Ministero della Salute e l’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Situazione simile su Facebook, Instagram e Twitter dove la ricerca di hashtag legati al coronavirus porta a una pagina in cui si viene invitati a leggere «informazioni aggiornate» e rimandati al sito o, è il caso di Twitter, al profilo ufficiale del Ministero.

I topic principali, attorno a cui si concentrano le conversazioni sui social, corrispondono ai temi più caldi: ospedali, scuole, mascherine, supermercati. Le conversazioni riguardanti l’aspetto economico e turistico sono diventate maggiormente rilevanti in un secondo momento, all’inizio di marzo.

Ad oggi il coronavirus con relativi hashtag (come #italiazonaprotetta, #iorestoacasa, solo per citare i più utilizzati) continua a dominare le conversazioni social. Si va dalla lieve ironia per alleggerire l’angoscia collettiva agli appelli a restare in casa, attuati anche da parte di volti noti e personaggi dello spettacolo, fino all’invito a riscoprire le piccole cose con il challenge #25giorniacasa, lanciato dalla rivista di antropologia digitale Be Unsocial.

E le aziende che cosa fanno e che cosa possono fare sui social in questo momento così delicato?
C’è il caso di Esselunga che, con grande prontezza, ha introdotto alcune misure a sostegno della popolazione, come la consegna a domicilio gratuita per gli over 65 fino a Pasqua.
È una misura solidale? Sì.
È anche un’iniziativa di marketing? Sì, perché rafforza il brand nel suo “habitat” e funziona come promo per nuovi utenti che sarebbero altrimenti diffidenti rispetto alla spesa online.

Questa ambiguità non deve infastidirci, anzi.
Tutti dobbiamo far tornare i conti. Farli tornare in modo intelligente può fare una piccola differenza.

Pensiamo anche ai colossi della telefonia, che hanno attivato quella che è stata chiamata “solidarietà digitale”, regalando Giga ai loro clienti.

Siamo tutti coinvolti, come singoli individui, cittadini, utenti.
Anche i social network, oggi come mai prima d’ora, hanno nuove possibilità: diffondere, in modo virale contro il virus, le buone pratiche, rassicurarci sul fatto che non siamo soli ma uniti in questa grande battaglia, ispirarci su come investire al meglio il tempo trascorso in casa, strapparci un sorriso.
I social network possono essere anche questo, non dimentichiamocelo. Usiamoli al meglio.

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