La “Via della Seta”: un mese dopo

Con Il “Memorandum of Understanding” (MoU) la Cina ha chiesto all’Italia di essere parte attiva nel progetto “Belt and Road Initiative” (BRI) e di attenersi alle decisioni prese in maniera indipendente (ovvero senza essere sottoposta a pressioni esterne). Il contenuto del MoU comprende settori quali strade, ferrovie, ponti, aviazione civile, porti, energia e telecomunicazioni, ambiti a cui l’Italia pare essere parecchio interessata, con un focus particolare su quello marittimo. Facciamo il punto dell’accordo sulla Nuova Via della Seta a poco più di un mese dalla sua firma.

Sentiment internazionale

L’appoggio italiano all’iniziativa è stato accolto con scetticismo dagli Stati Uniti e dai partner europei, i quali avrebbero preferito un accordo condiviso, ritenendo in particolare che l’iniziativa possa:

  • danneggiare la reputazione dell’Italia.
  • creare meccanismi da “trappola del debito” per i Paesi che vi aderiscono.
  • favorire le imprese statali cinesi.
  • rafforzare l’influenza geopolitica della Cina.

Alcune prime considerazioni

Anzitutto il MoU è decisamente peculiare sotto il profilo giuridico: non è infatti consueto che un accordo non dia luogo ad alcun diritto, obbligo o impegno. Un ibrido che si colloca tendenzialmente fuori dagli schemi dell’ordinamento giuridico internazionale.

Se sotto il profilo giuridico il MoU risulta piuttosto debole, gli impatti politici non sono tuttavia trascurabili. Se le indicate disponibilità del nostro Paese dovessero essere mantenute senza ulteriori accordi globali, si potrebbe aprire una frattura all’interno dell’Unione Europea e della stessa comunità che si riconosce nella WTO (World Trade Organization). Non è un caso che il Presidente cinese Xi Jinping, dopo la visita in Italia con la quale è stato siglato il MoU, abbia poi immediatamente incontrato il Presidente francese, la Cancelliera tedesca e il Presidente della Commissione europea, parlando con loro di riforme delle regole sul commercio internazionale e di come definire le regole sugli investimenti fra Cina e Ue.

In terzo luogo alla firma del MoU l’Italia ha ottenuto ordini per circa 7 miliardi (dieci intese fra aziende private e 19 istituzionali, fra cui quelle su start up innovative). Oltre a ciò sono state sbloccate alcune esportazioni verso la Cina, molte delle quali attese da tempo. Si tratta di cifre importanti, ma che altre nazioni hanno ottenuto senza siglare accordi politici.

A un mese dalla firma, il MoU risulta quindi qualcosa di atipico. Un accordo per lo più politico, poco vincolante ma non meno delicato da gestire a livello globale. Può costituire una buona opportunità per l’Italia, ma per gli imprenditori nostrani non rappresenta una panacea. Se la Cina è un partner con cui sviluppare del buon business, essa lo deve essere anche al di fuori di iniziative politiche, che possono sì facilitare la nascita di interessi comuni, ma che sicuramente non esauriscono le innumerevoli iniziative commerciali che i nostri due paesi possono creare collaborando reciprocamente. Nonostante quindi il Memorandum e ciò che esso prevede, per gli imprenditori italiani c’è decisamente ancora molto lavoro da svolgere e, fortunatamente, anche molteplici e ulteriori opportunità da cogliere.

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