Odissea, il film di Nolan: 10 lezioni di comunicazione da un kolossal

Odissea, il film di Nolan: 10 lezioni di comunicazione da un kolossal

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Il 17 luglio 2026 è arrivata nelle sale l'Odissea di Christopher Nolan. Nei primi tre giorni di programmazione ha incassato oltre 264 milioni di dollari in tutto il mondo e ha superato l'esordio di Oppenheimer. Per il cinema è l'evento dell'anno.

0incasso nei primi tre giorni
0budget di produzione
0giorni di riprese
0di pellicola IMAX 70mm

Fonti: Universal Pictures, Variety, The Hollywood Reporter.

Pochi adattamenti sono partiti da una posizione più scomoda. Il film mette in scena un poema che in Italia si studia in prima media: la trama la conoscono tutti, il finale pure e il protagonista circola da quasi tremila anni. In termini di marketing equivale a lanciare un prodotto che il pubblico crede già di conoscere a memoria.

Ogni decisione di produzione di questo film è anche una decisione di comunicazione e quasi tutte si ritrovano, in scala ridotta, nel lavoro che facciamo con le aziende. Qui ne abbiamo isolate dieci. È lo stesso esercizio che avevamo fatto con Superman di James Gunn e il rebranding di un'icona, applicato a un caso più grande.

Il patrimonio non si aggiorna, si rilegge

La tentazione con un classico è attualizzarlo: ambientarlo oggi, aggiungere un sottotesto contemporaneo, spiegare al pubblico perché è ancora rilevante. Il regista ha fatto l'opposto. Ha trattato il poema omerico come un testo storico e ci si è attenuto, struttura compresa.

Per la sceneggiatura ha lavorato sulla traduzione inglese firmata nel 2017 da Emily Wilson, la prima donna ad aver tradotto integralmente l'Odissea in inglese, che lavora su un verso asciutto e parlato. Una scelta da filologo più che da produttore e proprio per questo efficace: il testo suona nuovo perché è stato ripulito, non perché è stato modernizzato.

Le aziende con una storia lunga fanno spesso il contrario. Quando un marchio comincia a sembrare datato, la reazione istintiva è coprirlo di elementi contemporanei e ne esce un'identità che non appartiene né al passato né al presente. Ne abbiamo scritto parlando di rebranding aziendale e riposizionamento: la differenza tra rileggere e travestire è tutto il mestiere.

Vent'anni sullo stesso tema

Il tempo è la firma di questo regista da quando ha cominciato. Memento lo riavvolge, Inception lo stratifica, Interstellar lo dilata, Dunkirk lo spezza in tre durate diverse, Tenet lo fa scorrere nelle due direzioni insieme. L'Odissea gli serviva perché è una storia in cui un uomo impiega dieci anni a tornare a casa dopo dieci anni di guerra, mentre a Itaca la moglie e il figlio invecchiano ad aspettarlo.

La lezione di posizionamento più utile sta qui. Nolan non si riconosce da un genere, si riconosce da un tema. Può passare dal supereroe al thriller di spionaggio alla biografia storica al mito greco senza che nessuno lo scambi per un altro, perché il tratto distintivo non è la categoria merceologica ma l'ossessione che ci mette dentro.

Il principio

È esattamente il criterio con cui costruiamo una brand identity destinata a durare: identificare il tratto che resta costante mentre l'offerta cambia.

I riferimenti visivi vengono dichiarati, non nascosti

In un'intervista al New York Times, Nolan ha elencato i titoli che ha proiettato alla troupe durante la preparazione. Sono due capolavori assoluti del cinema e non sono i titoli prevedibili.

Il primo è Andrei Rublev di Andrei Tarkovskij, del 1966, sulla vita del pittore di icone russo del Quattrocento: Nolan ha detto che aveva colpito tutti per le sue texture e che ha orientato soprattutto il lavoro sul suono. Il secondo è Ran di Akira Kurosawa, messo in lista per scrupolo, senza sapere se sarebbe servito. A montaggio finito ha ammesso che l'influenza è stata enorme: il rapporto tra ambiente e vento, gli stendardi che sbattono, il paesaggio che partecipa all'azione.

Questo è un moodboard, e messo insieme come vanno messi insieme i moodboard. Nessuno dei due film ha a che fare con la Grecia antica: servivano a fissare una consistenza visiva, non a fornire un modello da ricalcare. Quando in fase di progettazione di un'identità visiva un cliente porta come riferimento un concorrente diretto, il lavoro parte male: si finisce per fare la stessa cosa un po' peggio. I riferimenti utili vengono sempre da un altro settore.

Quando la tecnologia livella tutti, l'artigianale differenzia

C'è un terzo riferimento, di natura diversa: Ray Harryhausen, che animava in stop motion i mostri de Gli Argonauti del 1963 e della serie di Sinbad. Da lì viene la scelta più discussa: il recupero degli effetti artigianali dei film di sessant'anni fa dentro un blockbuster del 2026. Il cavallo di Troia è stato costruito davvero, in legno, alto quasi 11 metri e pesante 4 tonnellate. Le trasformazioni di Circe sono ottenute con protesi e congegni meccanici. Il fuoco è fuoco, l'acqua è acqua.

Non è nostalgia. È una risposta a un problema concreto: quando uno strumento diventa accessibile a tutti, quello che produce smette di distinguere chi lo usa. La computer grafica ha raggiunto un fotorealismo perfetto e a costi bassi e proprio per questo si è standardizzata.

Il parallelo con i contenuti generati dall'intelligenza artificiale è immediato e tocca qualunque azienda produca comunicazione. Quando chiunque genera un'immagine pulita in trenta secondi, un'immagine pulita non dice più niente su chi l'ha commissionata. Il tema lo avevamo affrontato parlando dell'impatto dell'intelligenza artificiale sul marketing. L'Odissea è la dimostrazione più costosa mai realizzata di quella tesi.

Il pupazzo animatronic di 6 x 6 metri e il costo della credibilità

La sequenza di Polifemo è girata nella grotta di Nestore e sulla spiaggia di Voidokilia, in Grecia. Il Ciclope non è digitale: è un pupazzo animatronic di 6 x 6 metri, radiocomandato, rifinito al computer solo nei movimenti più fini. Tra le curiosità dal set, sembra che dietro la voce ci sia Bill Irwin, lo stesso attore che animava il robot TARS in Interstellar.

Costruirlo è costato molto più che simularlo. La domanda che una direzione marketing si pone davanti a un bivio simile è se lo spettatore se ne accorga. La risposta onesta è che non se ne accorge razionalmente. Se ne accorge nella reazione degli attori, che stanno guardando qualcosa di reale e in una qualità dell'immagine che tutti percepiscono e quasi nessuno saprebbe descrivere.

Vale per le fotografie di prodotto vere invece dei render, per le testimonianze raccolte dai clienti invece di quelle scritte in ufficio, per gli scatti in stabilimento invece delle immagini di archivio. Il pubblico non fa l'analisi tecnica: registra la differenza e la traduce in fiducia.

Sottrarre invece di aggiungere

Il programma di allenamento di Matt Damon per il ruolo di Ulisse è andato nella direzione opposta a quella dei ruoli action degli ultimi decenni. L'attore, 55 anni, è sceso a circa 76 chili, il peso che aveva al liceo, ha eliminato il glutine e si è fatto crescere la barba per un anno.

La ragione è narrativa. Ulisse non è un semidio muscoloso: è un uomo consumato da dieci anni di guerra e dieci di mare, che quando arriva a Itaca deve poter passare per un mendicante senza che nessuno lo riconosca. Un fisico gonfio avrebbe reso impossibile metà della storia.

Il riflesso condizionato di ogni brief è aggiungere: un claim in più, un servizio in più, un elemento grafico in più. Nove volte su dieci la mossa giusta è togliere ed è quella che il cliente accetta con più fatica, perché sembra che si stia comprando meno.

L'armatura di Agamennone racconta un personaggio che non parla

I costumi sono firmati da Elle Mirojnick, candidata all'Oscar per Oppenheimer. Il vincolo era una parola, realismo. Da lì è partita una ricerca sull'età del bronzo che ha prodotto armature, armi ed elmi costruiti su materiali e tecniche documentate. Ci sono eserciti interi da vestire, più tutti i pretendenti di Penelope che occupano la reggia di Itaca.

Il dettaglio dei costumi che ha fatto più discutere è l'armatura di Agamennone, indossata da Benny Safdie: materiali costosissimi e un gonnellino volutamente più corto di quello di chiunque altro. Il personaggio non pronuncia una battuta durante le scene di battaglia. Vanità e potere arrivano allo spettatore solo attraverso il costume.

Un sistema visivo fatto bene lavora così. Un'identità coerente comunica gerarchia, carattere e intenzione prima che qualcuno legga una parola ed è il motivo per cui un progetto di branding non finisce con la consegna del logo, ma quando tutti gli elementi dicono la stessa cosa senza doverla dichiarare.

Novantuno giorni, sei paesi, navi vere

Le navi sono state costruite e messe in acqua. Le riprese in mare aperto sono riprese in mare aperto. La troupe ha girato in Marocco, Italia, Grecia, Islanda e Scozia, con base italiana sull'isola di Favignana, che secondo alcune letture è il punto in cui Omero immagina lo sbarco di Ulisse. Tutto in 91 giorni di lavorazione, bruciando più di 600 chilometri di pellicola IMAX 70mm: è il primo lungometraggio della storia girato interamente con cineprese IMAX.

Nave greca a vela quadra in navigazione sottocosta al tramonto

John Leguizamo, che nel film è Eumeo, ha raccontato che Nolan gestisce una produzione da 250 milioni come se fosse un film indipendente: nessun comitato, nessuna nota dello studio a condizionare le decisioni.

Il principio

I progetti di comunicazione che si annacquano lo fanno sempre per lo stesso motivo: troppe persone con potere di veto e nessuna con potere di scelta. Il risultato è un lavoro che non scontenta e non convince.

Rompere le convenzioni della categoria

La musica è di Ludwig Göransson, compositore svedese vincitore di tre premi Oscar, alla terza collaborazione con Nolan dopo Tenet e Oppenheimer. La richiesta del regista è stata una sola: niente orchestra.

La motivazione è di nuovo da filologo. L'orchestra sinfonica non esisteva nell'epoca del racconto, quindi non poteva esserci nella partitura. Göransson ha lavorato su percussioni, voci e strumenti ricostruiti e chi entra in sala aspettandosi gli ottoni trionfali del kolossal storico resta spiazzato nei primi dieci minuti.

Sui titoli di coda c'è "When I'm Home", registrata da Travis Scott, che compare anche in una piccola parte come aedo: Nolan ha spiegato di aver voluto quel casting per mettere in relazione il rap e la poesia orale, due forme che vivono di ritmo, memoria ed esecuzione dal vivo.

Ogni settore ha le sue convenzioni sonore, cromatiche e verbali: il blu delle aziende tecnologiche, il tono istituzionale della meccanica, lo stock fotografico del settore medicale. Rispettarle rende immediatamente riconoscibile la categoria e completamente invisibile l'azienda. Romperne una sola, con una ragione dichiarabile, vale più di dieci campagne conformi.

Il cast come strategia di targeting

Il cast serve a parlare a pubblici diversi nello stesso momento.

Matt DamonUlisse. Porta la platea adulta, quella che segue Nolan da vent'anni.
Zendaya e Tom HollandAtena e Telemaco. Intercettano la generazione più giovane, che a Omero non sarebbe arrivata da sola.
Robert PattinsonAntinoo. Un seguito trasversale, cresciuto fuori dai circuiti del blockbuster classico.
Travis ScottL'aedo. Un pubblico musicale che al cinema di Nolan non sarebbe mai arrivato.

Fra le curiosità sul cast: Antinoo, il più arrogante dei pretendenti di Penelope, è interpretato da Robert Pattinson, attore inglese che aveva già lavorato con Tom Holland in Civiltà Perduta di James Gray nel 2016 e ne Le Strade del Male di Antonio Campos nel 2020. Qui si ritrovano su fronti opposti, uno a occupare la casa e l'altro a difenderla. Completano il quadro Anne Hathaway come Penelope, Charlize Theron come Calipso, Lupita Nyong'o in doppio ruolo, Jon Bernthal come Menelao, Mia Goth come Melanto.

Il precedente utile è del 2004, quando Troy raccontava l'Iliade con Brad Pitt nel ruolo di Achille: un blockbuster tarato su un volto solo e su una platea sola. Vent'anni dopo la strategia è opposta e assomiglia a quella di un piano editoriale multicanale, dove ogni contenuto è tarato su un segmento diverso dello stesso pubblico. Se ti interessa il metodo, ne parliamo nella nostra pagina dedicata al social media marketing e al branding digitale.

Quello che non hanno mostrato

Resta la campagna, che è forse la parte più istruttiva di tutte. Universal ha impostato l'uscita sulla sottrazione: biglietti messi in vendita con dodici mesi di anticipo ed esauriti in poche ore, un prologo di sei minuti proiettato nelle sale IMAX prima di Avatar: Fire and Ash e nient'altro in circolazione, nessuna proiezione stampa o per influencer prima della premiere londinese del 6 luglio. In un mercato dove tutti mostrano tutto in anticipo, il film più atteso dell'anno ha scelto di far vedere il meno possibile.

Funziona a una condizione, ed è bene dire quale. La scarsità di informazioni non genera desiderio da sola: dietro serve una promessa credibile. Qui la promessa era il nome sulla locandina: vent'anni di film e un Oscar. È quello ad aver riempito le sale mesi prima che si vedesse un fotogramma.

Chi copia la tattica senza avere un nome altrettanto solido ottiene un lancio di cui non si accorge nessuno. Costruirlo richiede decenni. La campagna che lo sfrutta dura tre settimane.

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Fonti e riferimenti

The New York Times, intervista a Christopher Nolan sulle influenze di Andrei Rublev e Ran, luglio 2026

Universal Pictures, materiali di produzione e dati di incasso

Interviste ai reparti costumi e produzione pubblicate da W Magazine e The Hollywood Reporter